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Mare tra le terre

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VUOTO (monologo)

Palcoscenico vuoto, ad eccezione di un leggio posto alla destra del pubblico e di una sedia dal lato opposto. La luce è lieve e soffusa, ma il protagonista è illuminato da un occhio di bue puntato quasi perpendicolarmente sul leggio. L’uomo è anziano, dal volto segnato, ombrato dalla luce come se fosse mezzogiorno, nell’oscurità come se fosse mezzanotte. Indossa abiti comuni e un paio di occhialini da lettura. È pacato, rassegnato.

Ho sempre pensato che in fondo sia fortunato a poter aprire gli occhi ogni mattina, avere facce familiari intorno e poter semplicemente vivere. L’ho sempre fatto. Sono sempre stato il ragazzo ottimista che risollevava l’animo, quello che scuoteva la tristezza come un cocktail e la lasciava stordita e sopraffatta dalla serenità. Ma adesso basta. Basta fingere che vada tutto bene, che debba essere felice e grato a qualcuno, chissà chi, per tutto ciò che ho. Tutto quel che ho, tutto quello che mi è rimasto, non è nient’altro che derivato dalle mie scelte e quel che ho perso dai miei errori. E quel che ho perso più di qualsiasi altra cosa in tutta la mia vita è il tempo. Secondi, minuti, ore, giorni, settimane, mesi. Anni. Anni inutilmente spesi a vivere la mia vita fingendo di essere felice. Come un attore sul palco del suo cavallo di battaglia finsi fino a calarmi nel personaggio talmente che dimenticai chi fossi io davvero; e così è andata avanti la mia vita, tra una battuta scritta da qualcun altro, dal regista della mia vita, e un’improvvisazione qua e là, per dar tono alla scena interminabile dell’esistenza umana.
Adesso sono vecchio, non oso dire anziano perché se sapeste la mia età mi prendereste per gioco, e vivo la mia vita con quel pizzico di tristezza e di malinconia che è giusto che un vecchio indossi. Forse ne ho messo un pizzico di troppo, perché la pasta del mio essere mi pare troppo sapida per i miei gusti. Beh, forse per i gusti della mia maschera.
Ecco, una maschera, una metafora tanto antica e tanto abusata, ma anche tanto precisa nel descrivere la mia misera condizione di essere umano convinto fino alla fine di poter essere felice mostrando la faccia che trova più approvazione nel volto degli altri, quella del comico.
Così sono diventato un comico, un giullare, mi sono reso la beffa di me stesso e niente più, ignorando la faccia della moneta più consumata e ossidata, verde d’invidia per il volto tanto amato dagli altri, ma anche tanto malata da chiudersi in sé stessa e trascinare lentamente anche la felicità nel proprio abisso.
È stata lenta, ma alla fine ce l’ha fatta. Si è portata dietro anche il più piccolo sprazzo di felicità, e l’ha ricoperto di cenere verde condannandolo alla sua stessa fine. Così ho recuperato il tempo perduto, e ho spiegato con grandi parole e non molto placidi gesti il mio disappunto per quegli imbecilli che avevano tutto e piangevano fino a portarsi dolori alle tempie, fino a che gli occhi smettevano di lacrimare tanto erano secchi. Loro, che avevano tutto, e io, che avevo perso tutto quello che amavo, eppure ero io a doverli convincere che valeva la pena di combattere? Loro sì che avevano qualcosa, qualcuno per cui combattere.

Afferra il foglio che teneva sul leggio, stropicciandolo lentamente. Si sfila gli occhiali e con la stessa mano punta il dito contro il pubblico, con fare accusatorio.

Io ho combattuto per voi, razza di idioti, che siete convinti che il mondo sia malvagio perché non siete contenti di quello che vi ha dato. Guadagnatevelo, guadagnatevi un amore, una donna, una famiglia. Donatevi completamente ad essa, e perdetela come perdi una lacrima in un battito di ciglia. Subito vi abbandona, ma lascia un solco umido mentre scorre lenta sul vostro viso come a ricordarvi che prima eravate padroni delle vostre emozioni, e che adesso esse hanno preso il sopravvento sulle vostre decisioni, sui vostri pensieri, sui vostri sogni. Teneteveli stretti, i vostri stramaledetti sogni, perché arriverà un giorno della vostra vita in cui vivrete solo di quelli e dei vostri fallimenti.

Posa il figlio sul leggio, tenta di stenderlo senza molto successo. Lentamente abbandona il leggio e si avvia in proscenio.

Ero convinto di questo, quando ancora non avevo rinunciato al pupazzo che parlava al mio posto così che io potessi non metterci la faccia e sembrassi tanto sicuro di me da ignorare la mia vita che crollava pian piano ma anche tanto in fretta che gli occhi che mi fissavano dall’esterno della mia bolla di gas allucinogeni ne notavano le frane che trascinavano dietro le fila di una vita costruita a regola d’arte sui sogni, ed erano affascinati dalla forza con cui le affrontavo senza sprofondare a valle con la terra e i detriti, e disgustati dalla apparente indifferenza dei miei sguardi.
Volevo vendere la mia felicità fintanto che la mia armatura avrebbe retto, ed effettivamente è durata non poco nonostante le continue fratture per i pianti soffocati e le urla, uccise prima di crescere abbastanza da invadere per sempre la mia vita, ma che ad un certo punto affollavano troppo le città barricate dei miei pensieri in cui le avevo rinchiuse in attesa che si fossero ribellate, conquistandomi dall’interno.

Si siede sulla sedia. È triste, avvilito.

Io avevo avverato il mio sogno più grande nel concepire una piccola donna, che avrei amato forse più di quanto avevo amato la madre, che avevo amato con tutto me stesso, e l’ho fatto, l’ho amata quasi fino a dimenticare l’amore per la donna che avevo sposato.
Quando il mio sogno si è infranto in una folata di vento, quando è stato risucchiato da un treno in corsa sotto gli occhi dei suoi amici, sua madre si è lasciata sprofondare nella tromba dell’uragano che aveva travolto tutti e tre, e forse ha fatto bene. (Si alza dalla sedia.) Io mi sono convinto che c’era bisogno di essere forte e affrontare tutto quello schifo che si stava abbattendo sulla mia vita come una pioggia di sangue e pietre aprendo un ombrello e un sorriso da un orecchio all’altro, invece di rannicchiarmi come ha fatto lei sotto il tetto di casa nostra, sotto il caldo abbraccio di lenzuola bianche appena lavate con le sue stesse lacrime. Ho sbagliato. Lei ha affrontato il diluvio e l’ha superato, almeno in parte, io ho riempito il cuore d’acqua sporca, e continuo costantemente a berne un sorso, ogni giorno, come una punizione per non aver potuto salvare il mio piccolo sogno infranto in mille schegge che mi hanno trafitto il cuore, e che in piccoli tagli, poco alla volta, mi hanno dissanguato, lasciandomi solo un involucro di carne bianca ed ossa rotte. Un involucro vuoto.

Buio.

Sarete per sempre animali,
per sempre chini col capo sui banchi.
Sarete involucri di cellofan
per cesti da riempire di porcate per Natale.

Sarete sacchi di juta
da riempire di blasfemi Fraticelli.
Sarete i giorni più vuoti
da lambire con le vostre inutili pretese.

Siete certi che il vostro avvenire
sia avvolto dalle vostre mani,
ma siamo noi che lo stringiamo
cordoni di lenzuola coi denti e coi piedi.

Poggiate il capo sui nostri cuscini
per vedervi riempire la mente
delle nostre, ormai anche vostre,
inutili bugie.

Pregate il nostro Dio
che fermi il tempo
che noi abbiamo scandito
in libere ore.

(Ore) liberte da esser schiave
di sanguinolenti sacrifici umani,
di trincee di terra e fango
chiamate a soddisfare i nostri intenti.

Vedrete quante dita vi tranceremo,
e quante ai figli che non avremo,
per guardarvi scannare tra voi,
per scommettere sui vostri indici.

Alzatevi, e abbiate rispetto,
perché si contano più segni
sui nostri volti insofferenti,
sui nostri pensieri.

Saremo per sempre animali,
per sempre chini col capo sui banchi.
Saremo involucri di cellofan
per cesti da riempire di porcate per Natale.

Perché i nostri maestri
ci hanno tranciato più dita
che a voi.

Perché non con le mani,
ma con i denti e con i piedi
impregniamo le lenzuola dei nostri mali.

Uomini ciechi

Prendiamo le mani di chi trova sé stesso
sull’orlo d’un fiore appassito a dicembre.
Prendiamo le mani di chi guarda lontano
oltre il muro dei vetri dove nasce la vita.

Piene le mani di certe illusioni
vagheggiate da idoli vuoti.
Piene le palme di pugni chiusi
che colpiscono senza motivo.

Oceani di speranze e sogni
avvolti da bolle di vetro artificiali.
Mari di vendette e indifferenze
velate da sorrisi di ineffabile rancore.

Uomini, donne, bambini!
Date loro la caccia!
Rendete vendetta per il tempo sprecato
a rendere omaggio ai vostri idoli!

Popoli di pastori e di bestiame
preceduti da lunghi bastoni bianchi.
Popoli di stanatori e latitanti:
cercano e fuggono, ma cadono all’unisono.

Uomini o angeli sommersi
d’ovazioni e di profane preghiere.
Uomini o pecore annegati
in disinibite bestemmie benpensanti.

Ma adesso dimmi per quale avvenire
strisci per terra con le bestie
lasciando che siamo gli altri
ad alzare lo sguardo e vedere lontano.

Se hai le forze di sollevare il capo,
al contrario di scrofe impotenti,
malato del male più grande del mondo,
vai, Lazzaro, alzati e cammina.

Persa in un baratro
d’erba alta ed altre
stramberie della mente.

Circondata da vespe
che mutilano corpi nudi
corpi soli di carne marcia.

Aggrappata alla vita
per un cappio al collo
fuso alla trave della morte.

Esplosa in mille frammenti
in mille proiettili
di verbi e sussurri.

Tagliata e lacerata
dalle stesse lame
di un rasoio usa e getta.

Prona con lo sguardo chino
su tutto ciò che resta
di quella che chiamavi dignità.

Ridi, ridi libertà,
perché lentamente
crepi.

Siamo noi

Lo stato che vorrei
è uno stato senza confini,
che non si limita a dire
di che nazionalità tu sia.

Lo stato che vorrei
ha un governo che non impone,
ma si impone di fare
ciò che è meglio che sia fatto.

Lo stato che vorrei
siamo noi.

Disegniamo confini
su brandelli di carta,
fossati per proteggerci
da ciò che ci sembra diverso.

Tracciamo i nostri stessi limiti,
per restare coi piedi e coi palmi per terra
senza far scorrere il vento sotto le ali,
chiudendo i pugni nelle tasche dei nostri avi.

Lo stato che vorrei
siamo noi.

Siamo noi che prendiamo per mano una donna
partita per il viaggio da molto lontano.
Siamo noi che basta non avere odio
e le vostre leggi non servono a niente.

Quando capiremo di sbagliare ad uccidere,
quando capiremo che rubare non è reato,
se forse capissimo che l’odio è un errore
potremmo divenire la nostra unica legge.

Non basterà un litigio con mia madre,
a nulla servirà lo sgarro di un amico
per smuovermi dall’idea d’un amore,
d’una speranza, afferrata tempo fa.

Lo stato che vorrei
siamo noi.

Casa mia

Ci hanno invasi, perseguitati,
hanno stuprato mogli e figlie,
e sono rimasti impuniti.

Ci hanno sfruttati, depredati,
hanno portato guerra e carestia
per portare la loro democrazia.

Hanno rubato,
hanno preso il nostro sangue,
macellato i nostri figli e dataci la colpa.

Hanno portato i loro re
poi assassinati in colpi di stato
con le loro bandiere.

Vendute le armi loro ai terroristi
hanno portato la paura
e abbattuta la loro cara democrazia.

Ora che ho fame
e sete d'acqua e di giustizia
solcherò il mare tra le terre
e sarà la loro casa mia.

Solcherò il mare ridendo
con le lacrime di chi dice addio
con la bocca di chi dice parole
impastate di tristezza e speranza. (x2)

Ti hanno detto

Ti hanno detto
di lasciare perdere,
di lasciarmi perdere,
di abortire i sogni infranti,

di fantasticare
sulle loro mongolfiere
gonfiate con i fuochi
delle petroliere in fiamme.

Ti hanno detto
che tutti i tuoi problemi,
che tutto il tuo dolore
affogheranno nelle onde del Mediterraneo,

in una fuga di speranza
di salvezza, in un viaggio
con biglietto di sola andata
per il paradiso.

Ti hanno detto
di dimenticare
i loro volti affranti,
gli oceani di sangue in mare,

di perdonare gli uomini
assassini del colore,
di destinare il cuore
all’italiano, sola bandiera dell’amore.

Ti hanno detto
di lasciarmi pendere,
di lasciarli perdere,
cadere in acque territoriali.

Derubano le case,
ci rubano il lavoro
ci vendono la droga
prodotta dalle mafie.

Ti hanno detto
che quello che cerchiamo
di certo non lo trovi
sul suo palmo della mano.

Che non sono proprio uomini
ma carne da macello
addolcita con l’aiuto
promesso a casa loro.

Gridano, gridano,
gridano nel vento
quel negro sporco e lurido
non può esser mio fratello.

Bacio la croce,
ringrazio la Madonna,
che sarebbero d’accordo
a rigettarli nella fogna. (x2)

Ti hanno detto
di lasciarli perdere,
di lasciarmi perdere,
che sono un inutile buonista,

di processare uomini
senza mettere una toga,
affidarli alla vendetta e all’ira
non alla giustizia.

Ti hanno detto
che la proprietà privata
non sarà mai calpestata
da nessun morto di fame,

perché tanto la giustizia
potrai fartela da solo,
giustiziando in piazza pubblica
ogni negro a vista d’occhio.

Ci hanno detto di cacciarli,
ci hanno detto di estirparli,
di abbattere le case
e costruire parchi a tema,

non avranno alcun diritto
di richiedere l’asilo
da migranti irregolari
li rendiamo clandestini.

Gridano, gridano,
gridano nel vento
quel negro sporco e lurido
non può esser mio fratello.

Bacio la croce,
ringrazio la Madonna,
che sarebbero d’accordo
a rigettarli nella fogna. (x2)

BUON COMPLEANNO (monologo)
Penserai

Penserai
che sono un uomo distratto,
se voglio vivere tutto
il silenzio che ho dentro
in un pensiero non detto.

E come a vivere fai
senza riempire le orecchie e la gola
di qualche banalità
letta su qualche rivista sportiva
al tavolino del bar.

Penserai
che avevi proprio ragione,
a dimenticare
le borse già gonfie
e a recitare un copione.

E dimmi come farai
a ricominciare i discorsi già pronti
e chiedermi come va.
Che poi la risposta lo sai che non conta
che si sta bene si sa.

Penserai
di stare meglio da solo,
per poi realizzare
che senza nessuno
sei una barca nel molo.

Infatti come potrai
continuare a vivere
convinto che le onde
non cambino mai
se non lasci che il vento
ti porti via con sé.

Foglietto in un cassetto di legno di ciliegio

Penserai di trovare un cassetto
con dentro le gemme più lucenti,
ma c’è una vita appuntata a un biglietto
con tutti i suoi errori e le correzioni.

Insieme ad un vecchio padrone
che comanda ai suoi servi più cari
per l’ultima volta, con l’ultima voce,
di ridargli la vita, di mandare i profeti.

E mi prendi per mano incrociando le dita,
annodando i nodosi rami di mani.
Mi carezzi col pollice il dorso del pugno:
uno sguardo, un sorriso, e il calare degli occhi.

Tu mi dici è stato meglio aspettare
che incrociare lo sguardo anni fa.
Forse avevamo più tempo allora,
ma in fondo cosa importa più?

Ora va’ dove ti pare,
tanto prima o poi tornerò a bussare.
È oramai banale parlare d’amore,
perché forse d’amore oramai non ce n’è.

Ronza un’ape sulla terra rugosa
bagnata e secca dal tempo d’aprile.
Dormo sereno, poggiato su un fianco,
dorme il mio braccio su un letto di donna.

Le tue labbra percorrono lente
un timido sorriso
sul volto d’avorio
d’un breve inverno.

Il sogno di un effimero sonno
è un incubo atroce;
il sogno d’un sonno profondo
ti aiuta a trovare un silenzio di pace.

Ma adesso va’ dove ti pare,
prima o poi tornerò io a bussare.
È ormai banale parlare d’amore,
perché forse d’amore oramai non ce n’è.

Fammi ridere

Fa che prima il sorriso
e poi la risata
mi dipingano il volto
come quando sul mare
c'è il Sole che muore.

Fa che nella penombra
la mano e lo sguardo
incontrino ancora
l'amico sincero
che mi riporti ai vissuti lontani.

Fammi ridere quel poco
per inseguir le fantasie e le emozioni,
a riprendermi e correre,
per essere poi forte
a delusioni e distacchi.

Fammi ridere anche se stanco
e in un mare d'inopia
cerco mani sicure
cui afferrarmi.

Fammi ridere ancora
mentre scrivo inseguendo parole
per fermarle,
riottose alla frusta e cavezza,
per carpirne l'essenza
e ricordarle per guarir da tristezza.

Fammi ridere col ricordo
del vapor venire via dalle nari
tra gli schizzi di saliva e sudore.

Fammi ricordare
quel brontolio e il sussurro
dell'anima mentre percepivo
la sua vitalità tra i crini
nel rumor del galoppo.

Come sarebbe

Sarebbe bello uscire di casa
appena ne senti il rumore sottile
e farti la doccia con la pioggia
per lavare il viso dalle lacrime.

Sarebbe bello tuffarsi nel mare
quando in costume ne senti l’odore,
per sentire sul tuo volto, la tua pelle,
come se le lacrime non fossero tue.

E adesso dimmi dove andrai
nel tuo viaggio verso il cielo
attraverso le nuvole.

E adesso dimmi dove andrai,
guidato dai tuoi occhi,
che vedo pieni di malinconia.

Sarebbe meglio trovare il tramonto
quando apri gli occhi e ti senti più solo,
in compagnia del tuo sole, la tua stella,
e la luce che illumina la polvere.

Sarebbe meglio un bicchiere di vino
per intingere le labbra sottili,
per tingere di rosso il palato
e addolcire la lingua e la gola.

E adesso dimmi dove andrai
nel tuo viaggio verso il cielo
attraverso le nuvole.

E adesso dimmi dove andrai,
guidato dai tuoi occhi,
che vedo pieni di malinconia.

Soli

Labbra secche per questo freddo,
lacrime secche su quelle calde guance,
occhi rossi su quella faccia bianca,
iniettati di sangue congelato.

La tinta del mio sangue assume le forme
d’un calice di cristallo poggiato sulla tavola.
Come vino rosso ne disegna i contorni,
ne bevi piccoli sorsi per sentirne l’odore.

Cosa sarà questo pianto che sento appena?
Magari è la paura di dire addio.
Magari è il timore di cambiare sorriso.
E perché le tue lacrime trascinano le mie?

Tu mi dici che parli di me.
Io chiedo scusa per non fidarmi di te.
Ma forse i versi che ho scritto
li ho scritti per vederli morire.

Credi che sia vietato velarci dietro le tende,
dietro le finestre e dietro le porte
dell’unico luogo che abbia mai potuto
chiamare veramente casa.

Credi che sia lecito vederci per le strade,
sotto le finestre e sotto le porte,
e dare aria all’aria
se parliamo d’amore.

Cosa sarà questo pianto che sento appena?
Magari è la paura di dire addio
Magari è il timore di cambiare sorriso.
E perché le mie lacrime non trascinano le tue?

MORIRE SOLI (monologo)
Per un singolo attimo

Oramai il tempo non scorre
inesorabilmente silenzioso,
in punta di piedi, senza che te ne accorga,
minuto dopo minuto, secondo dopo secondo,
in un ticchettio di tacchi da donna.

Il tempo passa, e ti penetra i timpani;
ti fa bruciare gli occhi, ti riempie i polmoni;
ti fa tossire. Stancare. Invecchiare.

E tu, stordito e impaurito da lui,
con la vista annebbiata dalle sue percosse
speri ancora, seppure impossibile,
di riuscire a fermarlo,
anche se per un singolo attimo,

anche se per un ultimo abbraccio.

Come vorrei

Vorrei immergermi
nella foto dei miei ricordi,
assecondare la mia voglia
di riaverti accanto.

Vorrei vederti vecchio
con le rughe ed i segni del tempo,
la schiena ricurva
e il bastone accanto.

Vorrei avere più ricordi,
più memoria
del tempo insieme
del tempo normale,

in cui normali, ovvi,
banali, scontati,
erano i momenti
passati insieme.

Ora non sei che lì,
in quei momenti speciali
tanto banali
e tanto pieni di malinconia.

Vorrei tenerti come
avresti fatto tu con lei
se ancora fossi qui,
se ancora fosse qui.

Ma sarai per sempre giovane
per sempre padre di un giovane me.

Silenziosa

Fumi bianchi
echeggiano al vento
da comignoli soli.

Bianche nuvole
di fuochi estinti,
di un inverno passato.

Parlano tra loro
con la voce di chi
non può toccarsi,

e tentano invano
di raggiungere stelle
di misteriosa natura.

Parlano di sé,
di una vita
tanto simile alla morte:

silenziosa.

In me

On a black dot
in the centre of my room
crouched in myself
enclosed by four walls.

If I close my eyes
they’re far away
but when I look up
they’re so close.

They’re near to me
they pinch me
they crush me
they make me disappear.

Now I’m only a mind
there’s no head
no arms, no legs
the body is dead.

All is dark,
all has fallen in night,
and small, dim lights
begin to light the universe.

The spherical sides
became so close,
and the stars so bright,
and my mind so pressed.

They’re near to me
they pinch me
they crush me
they make me disappear.

Now I’m only a mind
there’s no head
no arms, no legs
the body is dead.

Now I’m in my room again
and I feel the burning of my pain.

Quel desiderio

Quel desiderio
di muovere continuamente la testa
anche se sai
che ti farà male.

Quell’irrefrenabile desiderio
di seguire quella musica
sempre uguale, sempre nuova,
d’una vita vissuta.

Quella voglia
di chiudere gli occhi,
e di immaginare
un mondo.

BAMBINA MIA (monologo)
LA TROMBA (monologo)
Giullare di corte

Sarò il vento nella notte, ti prego non fare rumore.
Sarò il silenziatore per le tue pistole.
Ma se sentirò gli spari, se stanotte piove
ti pioveranno addosso, anche se Dio non vuole.

Se della tua cena noi siamo gli avanzi,
se ancora ci strofini a terra come stracci, in questa
notte languida saremo noi ad alzarci per riscuotere
gli assegni e dire urlando al vento "non cercarci".

Tu che ancora non mi hai detto grazie,
tu che per un patto, porti disgrazie
tu che ancora cerchi la redenzione
sei il carceriere della tua prigione, chiuso dentro

un'illusione frantumata come i vetri di uno specchio
infranti dalla cenere che hai dentro, e non riesci
più a guardare quel riflesso, in fondo al quale ti sei perso,
consumato dall’invidia, tu vivi nella tua accidia.

Sei scampato alla tua stessa morte,
hai stravolto la tua stessa sorte,
diventando un fottuto giullare di corte.
Sei un giullare di corte!

Non ho mai provato ad amarti, in fondo,
ho immaginato fosse più semplice spezzarti.
Ma ci ritroveremo ancora insieme, nella notte del giudizio
e combatterò per te. Metterò fine al tuo supplizio.

Hai pensato di poterti alzare sulle nostre teste,
di poter guardare il mondo che bruciava della propria peste,
Hai pensato di poterti rialzare,
sopra un mondo che cade nel dirupo del male.

Hai dimenticato cosa veramente aveva spinto
il più bello tra gli arcangeli a cadere dal dipinto
a tentare di riscrivere il futuro già deciso
da chi adesso quelle ali gli ha reciso.

Ti sei imposto che in quel baratro in cui sei caduto
vorrai portare con te ogni tuo prossimo detenuto.
Per scontare la tua pena insieme a coloro per cui
per la tua gelosia hai preferito te a Lui.

Non ho mai provato ad amarti, in fondo,
ho immaginato fosse più semplice spezzarti.
Ma ci ritroveremo ancora insieme, nella notte del giudizio
e combatterò per te. Metterò fine al tuo supplizio.

Hai scelto di sacrificare la tua dignità
Come sempre hai peccato quasi solo di viltà
Dopo tutta questa frustrazione
di una strenua profanazione.
Ucciderti? Nient’altro che competizione.

Sei stato accecato dalla stella del mattino
a cui ti sei piegato con un caloroso inchino
con la schiena curva come quella di un facchino
come quando porgi tristi onori sul tuo stesso baldacchino.

Sei convinto che la morte sia la tappa terminale
ma non sei ancora all’inizio della scalata del crinale
con cui vuoi giustificare il tuo spirito animale
ti sei perso nell’abbraccio freddo del tuo stesso male.

Nel concepimento del conclave - Lui che dorme -
ci hai privato della Luce in tutte le sue forme
nell’intento di seguire le sue orme.

Te ne sei corto troppo tardi,
penzolavi dalla forca a testa in giù,
ti riporterò all’Inferno,
è inutile che ti contorca più.

Non ho mai provato ad amarti, in fondo,
ho immaginato fosse più semplice spezzarti.
Ma ci ritroveremo ancora insieme, nella notte del giudizio
e combatterò per te. Metterò fine al tuo supplizio.

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